Effervescenza di Ugo Ubaldi

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Durante uno di quei giorni in cui tutto sembra scontato, un uomo sulla sessantina, di statura nella norma, capigliatura nella norma e abbigliamento che potremmo azzardare a definire normale, si dirigeva titubante verso la vecchia biblioteca di L.
Quella mattina si era alzato molto presto, come ogni giorno, aveva incollato francobolli sulle lettere che come sua abitudine scriveva ma non spediva, aveva innaffiato i suoi diciassette vasi rossi ma privi di piante e con la solita maestria aveva annodato un filo di lana alla ringhiera della scala che, a vederla, dopo tutti quegli anni, ricordava più un vecchio e curvo bufalo variopinto. Se fosse stati lì una mattina di quelle, avreste potuto vederlo, fuori dal portone della sua abitazione, con la solita inconfodibile espressione allusiva. Il suo viso apparentemente incolore, nascondeva invece il ritratto di un’avventura vera o presunta che la sua mente stava ripercorrendo o creando, come per manterer viva la memoria, ripescando ora particolari dimenticati o ricamandone di nuovi. I suoi modi abitudinari lo avevano portato ad essere conosciuto dalla gran parte dei residenti del quartiere che dal vederlo passare per le strade del paese, ogni giorno, traevano quel senso di tranquillità che da molto tempo ormai regnava tra loro. Pochi però ricordavano o sapevano come si chiamasse e come fosse arrivato lì, si può ben dire anzi che per molti quell’uomo viveva lì da sempre, era da tutti ben voluto anche se raramente intratteneva conversazioni con qualcuno, schivo si limitava a qualche saluto di tanto in tanto. Così come ogni mattina, quel giorno chiuse dietro sè il portone in legno del condominio e con la consueta calma, berretto bianco sulla testa, iniziò il suo pellegrinare. Io lo incontrai quel giorno per la prima volta. Andatura barcollante e sguardo fisso sul marciapiede per poco non mi urtò, con un’espressione gioviale mi chiese scusa, si tolse il berretto e riprese a camminare. Dopo pochi passi sentii una voce: “Signore, mi perdoni, Signore!”, voltandomi vidi con sorpresa che era ancora lui, fermo, un braccio sollevato verso l’alto che naso all’insù fissava un lampione con aria interrogativa.
“Signore!” mi disse “non pensa anche lei che questo alto albero luminoso sia troppo vispo? devo dire che in molti anni ne ho visti di alberi come questo, ma mai così inclini al chiacchiericcio, per di più guardi come si dimena, non è uno scandalo a parer suo?”
“Be'” dissi guardandolo come si guarda un bambino “sono sicuro che non lo fa certo per disturbarla, chissà, magari è felice o avendo avuto una nottataccia sta solo cercando di sgranchirsi un po’ le giunture”
“Non diciamo sciocchezze, sappiamo bene entrambi che una volta piantati, questi alberi hanno il dovere di rimaner fermi e soprattutto zitti, è già tanto se gli permettiamo di illuminare le strade”
“Capisco, non volevo certo giustificare il suo comportamento ma quantomeno trovarne una plausibile spiegazione, mi perdoni ma, in ogni caso, non so perchè dovrei indignarmene”
“Caro il mio signor… be’ non mi importa il suo nome, mi dica piuttosto, quand’è stata l’ultima volta che lei ha bevuto del thè da una tazza che non fosse bianca? me lo dica”
“Mh…credo da pochi minuti, sono sceso di casa poco fa e…”
“Bene! molto bene caro il mio signor…Signore! caro il mio Signore, lei mi sta molto simpatico, devo dire che raramente incontro gente così arguta. Sa che possiedo la più grande collezione di tazze bianche di L.? no? le dirò di più, è forse la più grande dell’intera regione e se non fosse che con le loro scarpette sudice sporcherebbero i miei tappeti indiani porterei i miei amici a vederle, ogni giorno!”
“Si direbbe una gran cosa, collezionare tazze, credo sia faticoso procurarsele”
“Eheh, eccome! Giusto ieri ero sul mio tappeto buono, quello che uso alla domenica, stavo andando a comprare delle noci per la mia speciale marmellata…”
“Su un tappeto?”
“Be’ cosa c’è di strano, lei su cosa va in giro, cammelli?”
“Mi muovo a piedi solitamente come può vede…”
“Poco importa signor Signore, le dicevo, mentre andavo in giro beandomi dell’aria fresca di quella mattina incontrai la fioraia che mi disse di aver trovato una tazza per me e che gentilmente l’aveva messa da parte… io poco mi fido di quella donna e che ci creda o no di chiunque faccia quel mestiere così strano, però ero curioso, ah come lo ero! le dissi che la ringraziavo e che sarei passato da lei in un baleno, giusto il tempo di finire il mio giro di ricognizione per conto del sindaco”
“Cioè?”
“Oh non sono particolari che posso rivelarle, ma ascolti la mia storia: come dicevo dovevo prima terminare il mio giro di ricognizione e sarei poi senz’altro andato a trovare la fioraia, ma d’un tratto mi accorsi di una stranezza: le panchine lungo la via del municipio erano diventate blu! tutte quante, per di più non c’era taccia degli schienali e può ben capire la cosa mi terrorizzò, è una grande responsabilità, la mia”
“Immagino…”
“Sono andato su tutte le furie ma il mio spirito indomito mi ha ridestato e mi son detto che s’è vero, com’è vero! che mi chiamo come mi chiamo avrei trovato il colpevole di quel misfatto”
“E come si chiama, lei?”
“Sciocchezze, non lo ricorderebbe mai il mio nome…dicevo, stavo attraversando uno dei vicoli laterali della strada maestra e toh! guardi! guardi lassù! guardi quella strana nuvola a forma di ombrello! mi ricorda il mio, nero, furbo come una volpe”
“Capita di vederne anche di più strane sa, mi diverte di tanto in tanto scrutarle coi miei bambini e…”
“Eheh, caro Signore, lei è davvero simpatico, fuma per caso?”
“…Sì ho del buon tabacco e se gradisce potrei…”
“Oh mi riferivo al suo cappello! sta andando a fuoco! presto! piova!”
“Perbacco!”
“Mi scusi era solo quel piccolo comignolo lontano dietro di lei, stia attento la prossima volta a come si allinea con le case, potrebbero prenderla male”
“Ohoh le piace scherzare…diceva di quelle panchine?”
“Che panchine? non mi dica che è già stanco, Signore lei è così giovane, cosa dovrei dire io? mi guardi, non mi fermo mai! suvvia! un po’ di moto non la ucciderà di certo, venga, mi segua, facciamo strada insieme”
“In realtà io dovrei andare di là e poi…”
“Perfetto! anche io ci vado, ci vado sempre di là!”
Così ci incamminammo, braccio contro braccio, verso il mattino che sopraggiungeva.
“Caro il mio signor Signore, non immagina quanto sia difficile di questi tempi procurarsi dei buoni cannocchiali”
“Le interessa la navigazione?”
“Ma cos’è lei? un commesso viaggiatore? le dicevo, i cannocchiali di questi tempi sono di scarsa qualità, non ci sono più i bravi artigiani di una volta…”
“Colleziona anche quelli?”
“Oh no, non ne possiedo molti, ma mi piace raggiungere di tanto in tanto quella collina lìssù e col mio fido cannocchiale Tom guardare dall’alto il paese ed immaginarvi tutti come dei piccoli insetti microscopici che posso studiare da bravo entomologo quale mi ritengo modestamente”
“Che notizia! sa io amo studiare gli insetti nel tempo libero, se gradisce potrei mostrarle…”
“Oh che orrore! non credo potrei sopportare la vista di quelli veri, Signore caro lei non segue attentamente ciò che le dico, la facevo più intelligente pochi minuti fa…ma mi sta comunque simpatico ed è per questo che ho deciso di farle provare il miglior caffè di tutto il paese, mi segua!”
Non lo feci.

Rimasi a guardarlo da lontano, barcollava e gesticolava noncurante del fatto che non lo stavo più seguendo.

Effervescenza di Ugo Ubaldi

Eleganza e Circospezione

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Nonostante tutto possiamo dire che ciò che più ci preoccupa alla fine si rivela essere niente di più che un tè con le cassatelle preso a casa di una zia a caso durante un cupo pomeriggio d’autunno. Io non avevo fratelli; i miei genitori, Anne e Joe, erano cresciuti entrambi nella zona est della città, e si conoscevano sin da bambini; personalmente non ricordo di averli mai incontrati… e dire che anch’io crebbi in quella zona della città, e anch’io fui – sì – un bambino. Mi ritrovai senza neanche accorgermene ad avere trant’anni suonati, senza aver ancora trovato un degno lavoro e con ben due lauree a decorare le pareti della mia camera; un giorno, io e il mio migliore amico, di nome Philip, ci trovavamo nei pressi del teatro Androska; a quei tempi eravamo solo dei ragazzini, ma ricordo che in quella particolare occasione, all’inaugurazione del pastificio Grutzkij – che si trova proprio di fronte il teatro – ci offrirono dei buoni panini caldi da inzuppare nell’olio d’oliva, fu una bella giornata quella. Io non ero un bambino dispettoso – anzi –  posso dire di essere stato uno dei bambini più detestabilmente giudiziosi che si possano immaginare, uno di quegli odiosi tipi che inevitabilmente finiscono per essere il prediletto dell’insegnante a scuola e siedono sempre nei primi banchi all’ora di religione in chiesa, la domenica. Ricordo benissimo quel giorno, era estate ma il cielo era cupo, ed io e mio padre decidemmo di andare a pescare; ci alzammo molto presto, saranno state le cinque del mattino, e dopo una ricca colazione a base di pane e burro e dopo aver caricato la nostra piccola barchetta sul calesse, ci mettemmo in viaggio verso il fiume; arrivati li, e preparato il campo, ci sedemmo e mettemmo le canne in acqua; restammo tutto il giorno fermi, immobili ad aspettare… avevamo dimenticato le esche. Purtroppo non tutti sanno – o per lo meno chi non è strettamente legato alla mia cerchia di amici – che all’età di diciotto anni, proprio il giorno del mio compleanno, un grosso topo rimase incastrato nella canna fumaria della nostra cucina, e quale orrore, quando mia madre ignara di tutto, lo presentò successivamente a tavola accanto ad un fumante tacchino arrosto. Seicentonovanta: sì, il numero delle pagine del primo libro che lessi all’età di dodici anni, Anna Karenina del Tolstoj; ricordo che lo lessi tutto d’un fiato, un pomeriggio in riva al fiume, mentre mio fratello Ivàn e mia sorella Praskov’ja si dilettavano a riempire di sabbia gli stivali di mio padre. Un giorno di primavera, all’età di ventiquattro anni, mi sbronzai, da solo; di punto in bianco mi venne in testa di acquistare dieci bottiglie di buona vodka presso la locanda del signor Puskin, e bevuto il primo bicchierino, con somma gioia, mi addormentai. Mia madre lo diceva sempre: “figliolo caro,  ovunque capitarai in futuro, qualunque sia la strada che il destino ha battuto per te, custodisci sempre con gelosia l’almanacco dei vincitori di tiro alla fune dal 1814 al 1899, ti sarà utile nei tempi più cupi, che sì, verranno, ma passeranno: sii un uomo gentile e rifiuta sempre le acciughe sott’olio, a meno che non te le offra lo Zar in persona” e starnutì. Belli i tempi in cui tutto è concesso, ma nonostante ciò, la mancanza dell’ardire finisce per stroncare ogni desiderio, che, non irragiungibile ormai, diventa nulla più dell’ennesima voce alla lista “cose da fare”.

Eleganza e Circospezione

Un ereditiere in forma

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L’eredità – si sa – è la settima coniugazione possibile in ordine paleontologico della religione Ctatukan, ma se con tanta pazienza riusciste ad atomizzarla vi si parerebbe di fronte con più capelli. Dunque, questo signore magro, sulla ventina, era amico mio… – o meglio, amico dei suoceri di una mia ex compagna di scuola che nel ’27 si era trasferita a Longdown per fare spazio ai formaggi – ed era proprio un gran burlone! un giorno mi disse: “e se non piove?”, “beh?” dissi, “già” disse. Quindi capirete che se anche con molta serietà provavate a cavar fuori da lui pensieri abbigliati non sareste riusciti nemmeno a camminare scalzi… ma il punto è un altro. Certe volte capitava di vederlo gironzolare per le assi semidistrutte del tetto del fienile, ed a nulla servivano gli avvertimenti di zio Buck (lo zio di tutti) perchè tanto se si era messo in testa di cadere e lo pensava sul serio, lo avrebbe fatto ad ogni costo, ed ogni volta ci toccava risistemare tutto il fieno che spargeva andandosene con la zampogna sotto braccio. Certi giorni invece era più tranquillo e allora lo eravamo anche noi, ma non per cattiveria, solo chè non potendo permetterci della carne ogni giorno (e certe volte neanche al martedì) eravamo costretti ad addomesticarlo e tenerlo buono con le lenze, sempre che le lenze ci fossero eh, eh.
Certe volte eravamo noi a stuzzicarlo e lui lo capiva, ma ci lasciava fare perchè in fondo era proprio quello che voleva, e allora capitava che lo prendessimo in giro per le sue orecchie a tese larghe o per il fatto che camminasse di traverso per via della sua gamba corta, oppure altre volte lo prendevamo a schiaffi di santa ragione senza però fargli del male, inteso; quando succedeva qualcosa del genere allora cominciava a farci i dispetti e ci facevamo tante risate “ah ah”; un giorno disse a Levija, le disse: “Levija, se non tutti son per te, che comprimi?”, “ma cosa dici?” lei disse, “anfore” rispose. Una sera d’estate, sul tardi, lo vedemmo saltellare per tutto il granaio e il giorno dopo ancora, e ancora il successivo ma non ricordo perchè lo facesse. Di tanto in tanto lavorava anche; quando zio Buck ad esempio aveva bisogno di qualcuno che annusasse il sedere delle pecore (così si usava ai nostri tempi) o di ungere gli ingranaggi del motoscafo lo chiamavamo, e com’era soddisfatto alla sera con la sua pagaia! Credeva nel futuro e adorava le more, aveva paura delle zanzare e allora zi Buck lo consolava dicendogli che le zanzare pungono soltanto i pescatori. Di problemi ne aveva, povero, ma era uno spasso se riusciva nel suo intento.
Tanti giorni prima che lo portassero al riformatorio per farlo vedere dal diontologo, mia nonna che si chiamava… non importa, mia nonna soleva preparargli dei buoni panini caldi farciti e ne dava uno anche a me in modo che potessi distrarmi un po’ nell’ora di pausa tra le tre e tre quarti e le cinque del pomeriggio, sempre che un pomeriggio ce lo avessi avuto. Dopo il riformatorio fu portato a Fort Aveloo, li eravamo come fratelli, condividevamo la tazza e spaccavamo pietre, ma lui era più bravo. Un giorno tre signori ben vestiti ci chiamarono e ci offrirono una borsa di studio, e noi l’accettammo ovviamente, ma era una sola e così andò solo il mio fratello adottivo che era anche mio cugino. Studiò in India per sette anni, diventò avvocato e mangiò una volta anche un pollo alle mandorle, e infine fece la rivoluzione bevve una taza di tè il 3 di Marzo e morì, così i suoi beni andarono alla mia ex compagna di classe delle elementari e a me invece un collare, quello del suo cane Smut, molto bello.

Un ereditiere in forma

Deviazioni

deviazioni3vieDunque, io non sono certo di molte cose, ed è anche vero che molte cose di certo non sono certe, però se c’è una cosa che certamente mi appartiene – e ne sono certo – questa è la capacità di accertarmi se – o meno – io sia in grado di dire la verità. Pochi giorni fa – ad esempio – mio padre mi chiamò in disparte – eravamo ad una raduno di FIAT 500 – e mi chiese se per caso fossi stato io a spostare le chiavi della sua auto dal (chiamiamoli punti A e B) punto A al punto B. Risposi che certamente non lo sapevo, e che se lo avessi saputo di certo lo avrei detto, perchè in genere sono una persona sincera (parola di lupetto) e non mi sarei sognato di mentire a colui che mi ha permesso di essere su questa bella terra. Quello che è singolare nella vicenda però, è che mio padre ed io eravamo giunti al raduno a piedi, e ovviamente nè io nè lui possedevamo un’auto; da ciò si deduce che mio padre era in giornata da burla o che forse è un incurabile bugiardo… questo non glielo dissi subito perchè non mi venne in mente, ma io sapevo di avere la coscienza pulita. In un’altra occasione mi trovai davanti un negozio di scarpe, era estate, e il negoziante oppresso dall’afa stava appena fuori la porta del suo esercizio scrutando l’orizzonte; ad un certo momento tre uomini dotati di arti gli si avvicinarono (io vidi tutto perchè ero seduto su una panchina a sorseggiare della buona granita alla menta), lo picchiarono e sgraffignarono qualche paio di scarpe a caso, da donna, anche spaiate… ma non è questo il punto; quando arrivò la polizia – che io stesso mi preoccupai di chiamare – mi vennero poste delle domande; ora, se un qualunque rappresentante della legge – sia egli una guardia giurata o Batman – vi ponesse delle domande in merito ad un atto criminoso più o meno grave – sia anche il furto di un gelato – voi sareste in grado, da testimoni, di rispondere con la dovuta accortezza, tranquillità e soprattutto sincerità, giusto? Le domande che mi vennero poste erano invece totalmente lontane da ogni rapporto con la logica. Vi faccio qualche esempio: appena mi vide, l’agente – che portava degli occhiali sul giallastro ambrato – mi chiamò con un cenno della mano e senza darmi il tempo di raggiungerlo mi urlò: “Non perdiamoci in chiacchiere santo cielo! Hai da accendere?” io, che non sono un fumatore risposi – con tutta sincerità, signori – che non avendo l’abitudine di fumare non possedevo un accendino, nè fiammiferi e/o pietre focaie; allorchè l’agente iniziò a sbraitare sul fatto che non solo probabilmente ero un fumatore incallito (in realtà usò un’espressione più colorita, ma non è il caso ripeterla, ve lo giuro) ma che molto probabilmente – cosa di cui era certo (eccolo qui) – io ero un pericoloso piromane, ero stato io ad incendiare il boschetto delle Mandorle quella mattina (non il caldo feroce) e che – ne era proprio sicuro – i tre tizi di cui parlava il negoziante erano miei complici ed io fungevo da palo, la granita da diversivo; comprenderete quale fu il mio stupore vedendomi sommerso da ingiurie simili, considerato che neanche mi erano stati chiesti i documenti, nè mi era stato chiesto di fare il saluto militare… anche se ad oggi non sono più certo che effettivamente faccia parte della procedura (nonno ti voglio bene); il punto è che subito dopo aver risposto all’agente che mi trovavo lì per caso e mai e poi mai avrei potuto far del male ad una persona – “specie un negoziante” aggiunsi per dare enfasi – con quel caldo infernale che già oppromeva tutti o quasi; l’agente non volle sentir ragioni e mi chiese perchè fossi vestito in maniche di camicia e non portassi una giacca… arriverete facilmente a dedurre cosa risposi, allora il signor poliziotto ancora più arrabbiato – era davvero rosso in faccia e aveva la bava alla bocca, non bianca però… pareva giallognola – mi prese per un braccio, mi intimò di girarmi e (hopplà) mi mise le manette facendomi accomodare sul sedile posteriore dell’auto del negoziante (per i curiosi: una FIAT 500). Poco importa come me la cavai – e me la cavai, signori – ma io dal primo all’ultimo momento dissi sempre e solo la verità, ne sono convinto – non ne siete certi anche voi? Tanto per fare un altro esempio: pochi anni fa mi trovavo in vacanza da alcuni amici proprietari di una villa presso il lago P. – una località turistica abbastanza famosa che nel periodo estivo si popola di gente proveniente da ogni dove -, e un giorno di quelli decidemmo tutti insieme – e democraticamente – (in realtà io non volevo, nè il mio amico Franz… e a dire il vero non volevano neanche Giulia e Lilly) di andare a fare una gita in barca; così preparammo tutto l’occorrente: dal vestiario alle vettovaglie, le carte, gli strumenti di navigazione, barili di spermaceti per le lampade ad olio, libri (la cultura è importante) e dulcis in fundo, la mappa del tesoro (immancabile strumento per chi si mette in mare, no?). Il punto è che quello era un lago, non il mare, ma il mio carissimo amico Leopold – ci conoscevamo da quando all’età di tre anni mi tirò per gioco della terra in faccia e sputò sul mio latte-e-biscotti – era convinto di trovarsi in mare, era il suo sogno da sempre, e allora per fargli trascorrere una bellissima giornata si decise di non dir la verità – compreso me ovviamente – ed ecco che consapevolmente ero un bugiardo, posso esserne certo ad oggi, lo sono stato, sì, ma a fin di bene naturalmente, di questo potete esserne certi. Se quanto è già stato detto non basta posso tranquillamente continuare con altri esempi, e be’, proseguo: Quando ero bambino, mia madre – donna assai colta, dotata di capacità deduttive fuori dal comune e di una particolare predisposizione per il confezionamento delle alici sott’olio – soleva pormi dei quesiti esistenziali di una certa portata, ai quali difficilmente avrei saputo dare una risposta coerente e matura – ovviamente – ma lo ripeto, sono una persona tendenzialmente sincera, ed il fatto di essere un piccolo d’uomo non me lo impediva, anzi. In una particolare occasione quindi, mia madre mi chiamò: “Figlio” – così mi chiamava – “Figlio, dimmi, secondo la tua modesta opinione, quanto il rammarico per un’azione crudele si ripercuote sul subconscio di un individuo, e quanto questo influisce sulle sue reazioni all’accusa e su eventuali disturbi psico-somatici latenti?” se quello che risposi fu o no sensato e “giusto” non sta a me dirlo, ma con tutta sincerità dissi: “Mamma! Gaaah!”. Ora, prendendo in considerazione questi piccoli – ma alquanto significativi nonchè rivelatori – aneddoti della mia vita trascorsa, si può negare che io, in ogni situazione più o meno pericolosa e/o imbarazzante e/o divertente abbia mai dubitato della mia capacità di stare dalla parte della verità o della menzogna?

Deviazioni

[Nius #7] Bolbo ovvero la delusione

Ho comprato Bolbo che non era ancora mezzogiorno. Mi trovavo a Firenze per delle faccende di poco conto e a causa di una pioggia di meteoriti mi sono rifugiato in una famosa libreria. La commessa, dopo circa due minuti e vedendomi lì impalato mi ha chiesto se cercavo qualcosa di particolare e io, tutto tranquillo, No veramente mi sto solo riparando. Ovviamente questo l’aveva indispettita dato che poco dopo è arrivato il quartiermastro con un’accetta e tentava di tagliarmi le ciglia, allora per non tirare su uno scandalo clamoroso ho deciso di mettermi a guardare gli scaffali finchè non mi è venuto in mente Signorina non è che avete l’ultimo libro di quello là, l’amico intimo di Knizia, quel Gori? La commessa in un primo momento pareva preoccupata, poi contenta, poi con una faccia che sembrava un po’ affranta ma di chi ha la lavatrice nuova a casa e tutto sommato appena torna la mette a pieno carico e suvvia non è mica morto nessuno, infine se n’è andata dietro il bancone, ha fatto finta di scrivere due cose al pc ed è tornata No, è esaurito. Vabe’ dico io, ma ha almeno controllato se ce ne sono in magazzino? No no mi dispiace, torno al mio lavoro, mi scusi. Allora con l’aria sconfitta mi sono messo a guardicchiare la sezione Sport, poi quella Esoterismo, poi quella Filosofia Orientale, finchè dietro un tomo Biografia Dettagliatissima di Alighiero Noschese non vedo quest’altro libricino deforme, bianco e rosa, un po’ allungato che era identico a BOLBO in ogni particolare tranne per il titolo, che era GOLCONDA. Lo prendo – l’autore era proprio Gori – mi guardo intorno circospetto, lo sfoglio e con la quasi certezza di aver trovato una copia unica con tanto di refuso nel titolo mi reco verso la cassa trionfante e nella consapevolezza che con meno di dieci euro mi ero pure riparato, direi quasi a sbafo. La commessa mi guarda, facendo finta di niente, passa il libro, batte lo scontrino Novantanove euro e novantanove centesimi prego al che io stupito ma signorina guardi che sul retro c’è scritto proprio… ed in effetti il prezzo era cambiato, non solo, era cambiato anche il titolo: VOIVODA, sullo scontrino appariva addirittura con il titolo di CORDUSIO, allora decisamente spaventato ho tirato fuori la carta be’ pago con la carta e sono uscito dalla libreria, seccato, con nel cuore qualcosa di amarissimo tipo lo stecco del Luke. Mi dirigo verso l’Arno per andare a leggerlo in un luogo il più poetico possibile e mi sdraio sotto la statua di Pier Capponi, apro il sacchetto e BOLBO (stavolta il titolo era giusto, tranne il prezzo che era invece mutato in dodici dracme) stalta fuori e comincia a correre con delle zampette rosa che gli erano cresciute, scavalca la balaustra e giù nel fiume. Io impazzito dalla rabbia mi tuffo, nuoto per cinquecento metri finchè non lo vedo aggrappato all’inferrita di una canaletta di scolo, sembrava quasi aspettarmi, ci si infila e lo seguo. Dopo circa dodici giorni di peregrinazione nelle fogne di Firenze, ormai certo di morire, arrivo in una sala enorme in cui c’era un ratto gigantesco che leggeva Il Sole 24 Ore e una rana mutogena che prendeva appunti su una lezione universitaria, chiedo se per caso sia mai avessero visto un libro con le zampe e, senza neanche rispondermi, il ratto parecchio scocciato mi indica un manifesto che riportava scritto PROPRIETA’ DI SUA MAESTA’ BOLBO CORDUSIO BATAVIA GOLCONDA GRIMORIO NASTURZIO VOIVODA. Noncurante del pericolo chiedo al ratto delucidazioni e ancora più scocciato di prima mi dice che quello che io chiamo libro è il re delle fogne, che ha sposato Anna Magnani e che ha avuto due figli di cui uno che fa minibasket e che se non avessi smesso di fare tante domande sarebbero arrivati i tirapiedi del Jefe – così lo chiamava – e che mi avrebbero sgozzato senza troppi complimenti. Compreso il macello in cui mi ero cacciato, consapevole chè tanto da quel maledetto giorno nulla era andato per il verso giusto, trovo l’uscita delle fogne, do cinquanta centesimi al cameriere all’entrata e torno a casa… Ora, Bolbo io l’ho ordinato su Amazon, ho pagato pure di meno e nonostante questo mi rincuori sono ancora tremendamente deluso dell’autore, della libreria e soprattutto del ratto. Il libro non l’ho ancora letto e il signor Gori stia attento che un giorno di questi ci scappa il morto.

Stato

Sabbie immobili (an exercise in self-indulgence)

silkworm-firewaterA settembre Dedalo avrà compiuto ventidue anni, età cruciale. Ricordo bene tutte le fasi salienti della sua infanzia; il giorno del suo terzo compleanno un evento critico la segnò irrimediabilmente: imbiancò la sua camera per puro diletto con del latte d’asina che si fece spedire dal Marocco, e la madre, preoccupata, lo fece internare al collegio della Santissima Maestà di sua signora l’Erbivendola; lì trascorse ben dieci anni durante i quali si formò come individuo, come uomo dedito alla scrittura. Amava scrivere, imparò da autodidatta e già seienne compose la sua prima quartina; poeta eccezionale e incompreso, rubava inchiostro e penne dallo studio del signor Creambunch – suo acerrimo nemico – e nei momenti di noia buttava giù i pensieri così come gli erano venuti nella mente, senza alcuna mediazione. I suoi giorni trascorrevano così nella più assoluta dissolutezza, senza freno componeva, nell’oblio. A dieci anni compiuti la madre si ricordò di lui, gli spedì una torta di mele che egli con molta freddezza scaraventò in testa al custode della biblioteca; luogo, la biblioteca, che a dire il vero egli frequentava spessissimo. Ivi trascorreva più tempo che tra le coperte del suo scomodo letto; imparò tutto quello che c’era da sapere sull’arte, divenne straordinariamente colto e, data la sua innata furbizia, riuscì a diventare docente di liceo all’interno del collegio. Non di rado gli altri insegnanti cercavano di intrattenere un qualche dialogo con lui, ma, il risultato che ottenevano – nella migliore delle ipotesi – era un saluto fantasioso come quelli che ci si può aspettare da una donna sulla trentina che abbia trascorso l’intera giornata a rimuginare sulla condizione dei costruttori di ponti durante la guerra d’indipendenza. Ciò lo aveva messo in cattiva luce e naturalmente era emarginato dalle discussioni più importanti relative al modus operandi del moderno insegnante – titolo inoltre del libro che la moglie del preside era intenta a stender giù in quei mesi, mesi di frizzante splendore -, la sua statura non esattamente imponente lo metteva spesso in ridicolo di fronte gli studenti; i più cattivi lo insultavano apertamente, si sa, la perfidia dei bambini è paragonabile solo a quella di un tiranno greco con l’esecrabile e smodata passione per le ricchezze e che abbia un’indole da tribunale inquisitorio. Nei giorni in cui era particolarmente triste, Dedalo, soleva recarsi al laghetto che costeggia la parte orientale del giardino collegiale; lì meditava a lungo sulle peregrinazioni in terra santa e questo gli ispirava i versi più ispidi e taglienti, invettive contro la società che lo voleva già adulto e responsabile. Alla veneranda età di dodici anni arrivò quel momento che solitamente negli uomini corrisponde ad una morte e subitanea rinascita, si innamorò.
La incontrò in un giorno di sole sotto un cipresso, lei era intenta a sfogliare le pagine di un libro, ed egli ne rimase fulminato; da quel momento ogni gesto della sua vita assunse un significato completamente diverso, non mangiava per fame ma per la pura soddisfazione del deglutire; insegnava con rinnovato ardore, nulla in lui era più un tormento infernale, ora i suoi versi sgorgavano meno dolorosi e in più intrisi di un selvaggio istinto alla creazione di baracche di legno; così il tempo scorreva, ancor più inesorabile verso il tramonto della sua vita. Passarono sei mesi prima che si decidesse a fare il primo passo verso quella creatura che lo aveva reso spettro riflesso opaco del suo essere; una mattina stava recandosi sovrappensiero a ritirare la corrispondenza – aspettava un importante pacco che doveva contenere delle lettere perdute – e fatalità ella si trovava proprio lì, col suo abito candido, di un candore che rasentava il bagliore di una folgore nel sereno cielo notturno; la sua figura irradiava splendore ove luce non poteva esserci e dove fino a pochi mesi prima non c’era stata; ossia nel cuore malato di Dedalo. Passandole vicino sfiorò le proprie dita con le sue, un forte dolore al petto, e poi buio. Si risvegliò didici giorni dopo all’ospedale del Sarcinto, sua madre al capezzale pianse lacrime amarissime nel vederlo nuovamente con gli occhi aperti e questo causò la di lei dipartita. Dopo sei mesi di convalescenza – aveva perso del tutto la memoria – lo congedarono dall’incarico di insegnante e così abbandonò il collegio. Orfano, ignorante e senza un soldo finì sulla strada; viveva della carità delle donne che si recavano al mercato, luogo che egli frequentava, nella speranza di qualche furtarello; l’inchiostro e la penna lo attiravano nuovamente, segno del fatto che in lui un tizzone era rimasto acceso e da un momento all’altro sarebbe potuto divampare di nuovo, più forte di prima; per sua cattiva sorte scoprì però anche l’alcool e ciò che riusciva a guadagnare finiva per sperperarlo bevendo. Così trascorse ben sette anni della sua vita, anni durante i quali accumulò saggezza oltre ogni immaginazione; iniziò una lunga peregrinazione, visitò tutti i luoghi che le sue gambe gli permettevano di raggiungere e parlò con tutti quelli che incontrava, non importava che si trattasse di bambini, di sacerdoti o assassini, egli parlava anche con i cani. Non aveva nella vita nessuno scopo che non fosse il dialogo e la sua perpetuazione nella carta. Ricominciò a scrivere assiduamente, come poteva, quando poteva e nell’inconsapevolezza che questo lo privava lentamente della sua essenza, stava realmente morendo. Un giorno più luminoso degli altri una donna lo soccorse dopo che aveva per l’ubriachezza battuto il capo contro un carro ed ella lo portò nella sua abitazione; lì ricevette le cure amorevili della madre che in realtà non aveva mai avuto, ed improvvisamente, per la prima voltà si sentì bambino. I giorni passavano ed egli riacquisiva le forze, perse qualunque contatto col demone della bottiglia, la penna non lo attirava più e l’amore per una donna sarebbe stato adesso un’esperienza nuova. Iniziarono per lui giorni sereni, l’anima buona che lo aveva salvato dalla morte divenne per lui l’unico fine, lentamente si dischiuse dal torpore, ed una mattina di settembre… Nacque il giorno del suo ventiduesimo compleanno; in quel giorno inizia la storia di Dedalo, uomo formidabile.

Sabbie immobili (an exercise in self-indulgence)